Tra posts di sports, viaggi, avventure nel mondo, suggerimenti su come rendere la propria vita avventurosa, intensa e piena di emozioni, continuo presentandovi saltuariamente dei resoconti di mie esperienze avventurose o per lo meno fuori dall'ordinario. In questo post vi racconto di quando ero in Guatemala.
Quando mi trasferii in
Guatemala provenendo da Montevideo rimasi qualche settimana in hotel cercando
casa in affitto, stava iniziando un nuovo periodo di avventure, questa volta in Centro America.
Trovar casa non era facile, io ero
esigente, la volevo completamente ammobiliata e con un bel giardino.
Inoltre per ragioni di
sicurezza doveva essere vicino al mio ufficio (il Paese “scottava”: dittatura
travestita da democrazia, guerriglia, rifugiati, sequestri, per il mio lavoro
avevo direttamente a che fare con tutto ciò).
Finalmente affittai da una
signora la villa nella quale viveva lei era disposta a trasferirsi in un
appartamentino per integrare le sue entrate con i miei dollari.
Bella casa, moderna su di
un piano con saloni, camino, tutta una parete di vetro che dava sul grande
giardino con fontana, ammobiliata in stile un po hollywoodiano ma niente male,
grande area dove lasciare il motoscafo da corsa che dall’Italia mi aveva
accompagnato prima a Montevideo ed ora sino a lì e che mi avrebbe seguito anni
dopo in Brasile.

La casa era vicina al mio
ufficio che si trovava all'ultimo piano dell'edificio più moderno della città,
due torri gemelle con shopping center nella “zona 10”, appositamente non mostravamo segnali
identificativi, placche o citofoni con nome e se non si conosceva il percorso
non si riusciva ad arrivare sino alla nostra porta.
Portieri e guardiani
avevano l'ordine di non sapere nulla di noi.

Tra altre cose ci
occupavamo di far uscire rifugiati politici dal Paese e da quelli vicini:
Honduras, San Salvador, Nicaragua, Panama...
Erano tempi difficili ed
eravamo nel mirino della polizia segreta militare, dei contras, di infiltrati
di altri paesi, di servizi più o meno ufficiali, in teoria protetti
dall'immunità diplomatica che in pratica non contava nulla. Poco prima del mio
arrivo avevano sequestrato e fatto fuori l'Ambasciatore tedesco, poi freddarono
per strada di giorno un mio amico diplomatico del Nicaragua, sequestrarono una
suora della missione americana che rilasciarono quando gli States (che sono lì
vicino e in quattro e quattr'otto con un saltello ti arrivano sotto casa che
nemmeno te ne accorgi) iniziarono a far
la voce grossa... non c'era da scherzare.
Io ero il Capo Missione ad
interim, il mio omologo se ne stava quasi sempre a Panama, non so realmente
bene perché ne a fare cosa...
Per le attività che
riguardavano i rifugiati lavoravo in sinergia e stretto coordinamento con la
missione della Croce Rossa Internazionale (C.R.I.), riuscivamo a fare uscire
dal paese gli oppositori politici al regime diretti in Svezia e Norvegia dove
venivano accolti. Questioni di urgenze umanitarie e tanto.