
Mi ero messo in testa che ad Algeri dovesse sempre fare un caldo
dannato. Era ormai l'inizio della primavera ed avevo di conseguenza riempito la
valigia di indumenti leggeri. Cosa c'era di più idoneo del leggero fine cotone
o del fresco lino per immergersi nel caldo del maggior Paese africano, dominato
dal Sahara che riempie tutto di sabbia, spazzato dai venti con nomi di macchine
sportive, dove il popolo è scontroso, diffidente ed ostile (i famosi barbari
burberi Berberi!) dove si va in carcere se si beve una bevanda alcolica, un
Paese che si muove al ritmo dei cammelli e dove ti accecano se osi appoggiare
gli occhi su di una donna? Giusto?
Dopo poche ore dal mio arrivo scoprii che faceva un freddo cane, le
persone si spostavano in auto e non in cammello ed erano d'una estrema
gentilezza, che la città non era spazzata da venti che possedevano il loro nome
molto prima delle nostre macchine sportive, scoprii che era produttore di buoni vini venduti e bevuti nei locali pubblici
insieme a birra, whisky e gin, che le belle donne non erano sotto vetro
e che ad Algeri mica ce n'era di sabbia. Si prospettava non sgradevole oltre che un viaggio avventuroso.
Parbleu incroyable! Buono a sapersi!
Veramente sorprendente fu scoprire come di questa immensa nazione a
due passi da noi con la quale abbiamo importanti accordi e scambi commerciali
non se ne parli mai. Sembrava che nel Mediterraneo vi fosse un buco nero. Come
se là non succedesse mai niente dalla fine della guerra di liberazione dalla
dominazione francese. Come se ogni anno non ci fossero centinaia di morti
civili vittime dei terroristi che un mese mettono una bomba nel cinema e
nell'altro in uffici amministrativi o in un mercato del centro.