Negli anni 80
mi trasferii nella Repubblica Dominicana per insegnare
all’università.
Vivevo sul monte di
Portofinoed
ottenni la cattedra di psicologia clinica all’Università
Tecnologica di Santiago (U.T.E.S.A.) nella Repubblica Dominicana.
Inoltre l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (O.I.M.) e
un’altro Organismo Internazionale l’Istituto Italo Latino
Americano (I.I.L.A.) avevano un programma per fornire aiuti ad
università ed istituti di ricerca latino americani. Riuscii ad
entrare nel programma ottenendo così vantaggi economici e copertura
diplomatica.
Feci le valige e
partii abbandonando la mia meravigliosa casa a strapiombo sul mare a
Punta Chiappa.
Dopo una tappa di
dieci giorni a New York arrivai via Miami a Puerto
Plata, città sulla costa Nord della Repubblica Dominicana, più
vicina a Santiago de los Caballeros mia meta finale che non la
capitale Santo Domingo. Ore d’attesa aspettando il pulmann per
Santiago nel primo pomeriggio, occhiali da sole ed aria
d’esploratore, molto molto caldo, una strada polverosa fatta di
scorie e di sudore di coloro che passavano di lì, ascoltavo “Rock
& Roll Animal” di Lou Reed con un walkman acquistato a New
York, guardavo le belle ragazze ed assaporavo lo stupore del primo
contatto con un paese tropicale. Avevo negli occhi la
sicurezza degli invincibili giovani, la sicurezza degli imprudenti,
la sicurezza di chi è disposto a rischiare senza rimpianti, la
sicurezza che non ti tradisce anche quando mente.
Stavo iniziando una nuova avventura e
provavo una particolare eccitazione, senso di pienezza ed intensità
di vita dalle quali ormai sono dipendente. Quando al contrario le
situazioni diventano monotone, ripetitive e piatte, comincio ad
entrare in crisi d’astinenza, mi deprimo, soffro, scalpito sbuffo
ed appassisco.

Al contrario, lo scoprire,
il condimento dell’avventuroso, i nuovi mondi e le nuove sensazioni
mi fanno rinvenire come funghi secchi messi ammollo nell’acqua.
Ricordate sempre il motto
di Ernest Hemingway. “vivere veramente, non puramente trascorrere i
giorni”.
Dopo due ore di
pullman arrivai a Santiago, una cittadina di 500.000
abitanti nell’interno del paese distante circa 300 chilometri dalla
capitale Santo Domingo. C’era ad accogliermi Manolito, il Preside
della Facoltà di Psicologia.
La città era
provincialotta, abbastanza tranquilla, non lontano dalle belle
spiagge della costa nord del paese, era dominata da un grande
obelisco fallico costruito su una collina a propria gloria dal
recente dittatore Truillo. La strada che gli girava
intorno era zona frequentatissima di “struscio”, ci si andava per
“cuccare”. Più in basso vari chioschi preparavano ottimi
pollastri alla brace che smisi di mangiare quando seppi dei bambini
di 5 anni coi seni sviluppati come matrone dovuti agli ormoni
utilizzati nell’allevamento dei pennuti. Poco tempo dopo fu meta
di pellegrinaggio dei trans brasiliani che cercavano segreti
risolutori.
La prima settimana
fui ospitato da Liliana e Rolando, una gentile e simpatica coppia,
lei argentina e collega all’università.
Il giorno seguente
sarei stato presentato al corpo docente e ai miei studenti, nel
frattempo mi avevano assegnato anche le cattedre di “Psicologia
dell’età evolutiva” e di “Psicologia Animale”.
L’indomani
Manolito mi accompagna in aula dove c’erano una cinquantina di
studenti, parla per cinque minuti, bla bla bla, mi presenta e si
commiata. Io faccio per uscire insieme ma lui mi ferma dicendomi che
potevo iniziare la lezione. Non me l’aspettavo, pensavo che avrei
avuto qualche giorno per prepararmi, così all’improvviso..., in
seguito io e Manolito diventammo molto amici ma in quel momento lo
odiai.