” ” href="http://www.tzetze.it/tzetze_external.css" />

Un blog di avventure vissute, viaggi, esperienze fuori dall’ordinario in tanti paesi, opinioni e indicazioni. Il mondo è differente: clima, gente, natura, erroneamente pensiamo che il mondo sia più o meno uguale ma non è cosi. La vita può essere enormemente ricca di nuove esperienze, di scoperte e d’intense avventure. La televisione di reportage esotico non basta, la conoscenza da Xerox è illusoria perchè la mappa non è il territorio, al contrario l’esperienza del nuovo e l’antropofagismo culturale amplia la mente e dissolve il conformismo. Sperimentiamo l’intenso così da poter dire: "Ho vissuto cose che voi legati al mediocre conosciuto non potete neanche immaginare".

Visualizzazione post con etichetta Esperienze vissute. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Esperienze vissute. Mostra tutti i post

sabato 1 dicembre 2012

VIAGGIO A BUENOS AIRES





Quando andai per la prima volta a Buenos Aires abitavo e lavoravo a Montevideo.
Per fare il viaggio ci sono tre modi: in aereo, in auto facendo un lunghissimo giro o via fiume attraversando l'enorme foce del Rio de la Plata che fa da confine tra l'Uruguay e l'Argentina.
Non utilizzai mai l'aereo, feci il tragitto in auto o in aliscafo ( v'è pure un servizio di traghetto che impiega 9-10 ore).
La foce del fiume è tanto grande che anche arrivati a metà della traversata manca ancora molto prima di intravedere l'altra sponda. Si ha realmente l’impressione d’essere in alto mare con onde corte e pericolose perchè provengono da ogni lato. L'aliscafo che va a manetta ci mette circa 3 ore partendo da Colonia, cittadina sulla sponda uruguaiana.
Volendo invece fare tutto il viaggio in automobile dopo essere arrivati a Colonia provenendo da Montevideo è necessario risalire il fiume per decine e decine di chilometri sino ad arrivare a un ponte che lo attraversa molto più a monte per poi ridiscendere l’altra sponda sino ad arrivare a Buenos Aires. Decisamente più lungo e stancante che non prendere l'aliscafo.
Giusto quando abitavo in Uruguay fu istituita la Commissione Bi-Nazionale Argentina-Uruguaiana per la realizzazione di un mega ponte che da Colonia potesse raggiungere direttamente Buenos Aires.
Opera ciclopica ben maggiore che non il ponticello sullo stretto di Messina tanto caro al nostro psiconano. 
Era fortemente voluta nell'intento di favorire l'integrazione regionale e fortificare l'unione del Mercosud che allora includeva l'Uruguay, l'Argentina, il Paraguay e il Brasile.
Ci lavorai pure io in quanto l’Organismo Internazionale del quale facevo parte si sarebbe occupato dello studio degli aspetti migratori, della ricollocazione delle popolazioni dell'area, degli effetti socio economici sugli abitanti di quella regione e via dicendo.
Grande volontà politica ed entusiastico appoggio di ambo i Governi. Partecipai a numerose riunioni con Ministri, Direttori Generali di imprese statali ed alti funzionari.
Alla fine non se ne fece mai nulla.

sabato 21 luglio 2012

MI TRASFERISCO AD ALGERI





Mi ero messo in testa che ad Algeri dovesse sempre fare un caldo dannato. Era ormai l'inizio della primavera ed avevo di conseguenza riempito la valigia di indumenti leggeri. Cosa c'era di più idoneo del leggero fine cotone o del fresco lino per immergersi nel caldo del maggior Paese africano, dominato dal Sahara che riempie tutto di sabbia, spazzato dai venti con nomi di macchine sportive, dove il popolo è scontroso, diffidente ed ostile (i famosi barbari burberi Berberi!) dove si va in carcere se si beve una bevanda alcolica, un Paese che si muove al ritmo dei cammelli e dove ti accecano se osi appoggiare gli occhi su di una donna? Giusto?
Dopo poche ore dal mio arrivo scoprii che faceva un freddo cane, le persone si spostavano in auto e non in cammello ed erano d'una estrema gentilezza, che la città non era spazzata da venti che possedevano il loro nome molto prima delle nostre macchine sportive, scoprii che era produttore di  buoni vini venduti e bevuti nei locali pubblici insieme a birra, whisky e gin, che le belle donne non erano sotto vetro e che ad Algeri mica ce n'era di sabbia. Si prospettava non sgradevole oltre che un viaggio avventuroso.
Parbleu incroyable! Buono a sapersi!
Veramente sorprendente fu scoprire come di questa immensa nazione a due passi da noi con la quale abbiamo importanti accordi e scambi commerciali non se ne parli mai. Sembrava che nel Mediterraneo vi fosse un buco nero. Come se là non succedesse mai niente dalla fine della guerra di liberazione dalla dominazione francese. Come se ogni anno non ci fossero centinaia di morti civili vittime dei terroristi che un mese mettono una bomba nel cinema e nell'altro in uffici amministrativi o in un mercato del centro.


sabato 30 giugno 2012

VADO A VIVERE A LIMA






Mi trovavo in Italia ma scalpitavo per ripartire per l'estero dopo aver vissuto per due anni la mia prima esperienza in America Latina nella Repubblica Dominicana dove avevo lavorato come professore universitario.Contemporaneamente mi interessava impegnarmi nel settore degli aiuti umanitari e per lo sviluppo dei paesi emergenti oltre che ricominciare con i viaggi nel mondo. Feci corsi di specializzazione a Roma, candidature varie, selezioni e colloqui viaggiando  tra Milano, Roma e Ginevra. Un annetto di impegno, acquisizione di conoscenze, tessitura di rapporti con persone del settore, con molta tenacia. Ne valse la pena: alla fine fui assunto come funzionario all'Organizzazione Internazionale per  le Migrazioni (O.I.M.) con sede a Ginevra. Dopo un periodo di lavoro in Svizzera e a Roma fui assegnato in pianta stabile alla Missione permenente di Montevideo. Prima dell'Uruguay però passai un periodo a Lima in Perù sempre per motivi di lavoro. Solo un periodo, non dovevo vivere in Perù molto tempo.  Il centro di Lima era proprio brutto (non so ora, sono passati tanti anni e le cose cambiano), la città era sporca, senza vegetazione, è sulla costa ma non ha spiagge.Non piove mai, al massimo cade un vapor acqueo impalpabile così fine e leggero che non ti bagna nemmeno, per questa ragione è il regno della polvere e le poche piante che vi crescono sono dovute alla bontà dei cittadini che le innaffiano. Gli edifici vecchiotti del centro città erano lordi, resi nerastri dall’inquinamento e malandati, con un’aria malsana triste e decadente. Il sole sembrava un’intruso, velato dallo smog scaldava senza rallegrare, illuminava senza sorriso facendoti sudare ruggine. Non mi ricordo del vento che forse non c’era, meglio così altrimenti avrebbe alzato tanta polvere da avvolgere la città in un nebbia secca e granulosa come il respiro di un drago. Sembrava che l’acqua non esistesse in natura, era un’artificiale secrezione delle tubature prodotta casualmente e rigettata come impropria dai rubinetti terrorizzati dal virus della corrosione con il quale lei poteva contaggiarli. Alloggiavo in un hotel vicino all'ufficio della Missione dell'O.I.M. nel moderno quartiere di San Isidro che raggiungevo ogni mattina a piedi in cinque minuti. Lavoravo molto ed era stancante, mi occupavo di seguire programmi per lo sviluppo economico del paese attraverso la migrazione di risorse umane, favorire il ritorno in Perù dall'estero di cittadini qualificati espatriati, sviluppavo il programma d'arrivo di esperti tedeschi e italiani per progetti economici e sociali di priorità nazionale, cose di questo genere.

lunedì 11 giugno 2012

LA CIA IN GUATEMALA



 Tra posts di sports, viaggi, avventure nel mondo, suggerimenti su come rendere la propria vita avventurosa, intensa e piena di emozioni, continuo presentandovi saltuariamente dei resoconti di mie esperienze avventurose o per lo meno fuori dall'ordinario. In questo post vi racconto di quando ero in Guatemala.
Quando mi trasferii in Guatemala provenendo da Montevideo rimasi qualche settimana in hotel cercando casa in affitto, stava iniziando un nuovo periodo di avventure, questa volta in Centro America.
Trovar casa non era facile, io ero esigente, la volevo completamente ammobiliata e con un bel giardino.
Inoltre per ragioni di sicurezza doveva essere vicino al mio ufficio (il Paese “scottava”: dittatura travestita da democrazia, guerriglia, rifugiati, sequestri, per il mio lavoro avevo direttamente a che fare con tutto ciò). 
Finalmente affittai da una signora la villa nella quale viveva lei era disposta a trasferirsi in un appartamentino per integrare le sue entrate con i miei dollari.
Bella casa, moderna su di un piano con saloni, camino, tutta una parete di vetro che dava sul grande giardino con fontana, ammobiliata in stile un po hollywoodiano ma niente male, grande area dove lasciare il motoscafo da corsa che dall’Italia mi aveva accompagnato prima a Montevideo ed ora sino a lì e che mi avrebbe seguito anni dopo in Brasile.
La casa era vicina al mio ufficio che si trovava all'ultimo piano dell'edificio più moderno della città, due torri gemelle con shopping center nella “zona 10”,  appositamente non mostravamo segnali identificativi, placche o citofoni con nome e se non si conosceva il percorso non si riusciva ad arrivare sino alla nostra porta.
Portieri e guardiani avevano l'ordine di non sapere nulla di noi.
Tra altre cose ci occupavamo di far uscire rifugiati politici dal Paese e da quelli vicini: Honduras, San Salvador, Nicaragua, Panama... 
Erano tempi difficili ed eravamo nel mirino della polizia segreta militare, dei contras, di infiltrati di altri paesi, di servizi più o meno ufficiali, in teoria protetti dall'immunità diplomatica che in pratica non contava nulla. Poco prima del mio arrivo avevano sequestrato e fatto fuori l'Ambasciatore tedesco, poi freddarono per strada di giorno un mio amico diplomatico del Nicaragua, sequestrarono una suora della missione americana che rilasciarono quando gli States (che sono lì vicino e in quattro e quattr'otto con un saltello ti arrivano sotto casa che nemmeno te ne accorgi) iniziarono  a far la voce grossa... non c'era da scherzare. 
Io ero il Capo Missione ad interim, il mio omologo se ne stava quasi sempre a Panama, non so realmente bene perché ne a fare cosa...
Per le attività che riguardavano i rifugiati lavoravo in sinergia e stretto coordinamento con la missione della Croce Rossa Internazionale (C.R.I.), riuscivamo a fare uscire dal paese gli oppositori politici al regime diretti in Svezia e Norvegia dove venivano accolti. Questioni di urgenze umanitarie e tanto.

martedì 15 maggio 2012

VIAGGIO PER LIMA


Mi trovavo in Italia ma scalpitavo per ripartire per l'estero dopo aver vissuto per due anni la mia prima esperienza in America latina nella Repubblica Dominicana dove avevo lavorato come professore universitario. Contemporaneamente mi interessava impegnarmi nel settore degli aiuti umanitari e per lo sviluppo dei paesi emergenti. Feci corsi di specializzazione a Roma, candidature varie, selezioni e colloqui viaggiando  tra Milano, Roma e Ginevra. Un annetto di impegno, acquisizione di conoscenze, tessitura di rapporti con persone del settore, con molta tenacia. Ne valse la pena: alla fine fui assunto come funzionario all'Organizzazione Internazionale per  le Migrazioni (O.I.M.) con sede a Ginevra. Dopo un periodo di lavoro in Svizzera e a Roma fui assegnato in pianta stabile alla Missione permenente di Montevideo. Prima dell'Uruguay però passai un periodo a Lima in Perù sempre per motivi di lavoro. Il centro di Lima era proprio brutto (non so ora, sono passati tanti anni e le cose cambiano), la città era sporca, senza vegetazione, è sulla costa ma non ha spiagge. Non piove mai, al massimo cade un vapor acqueo impalpabile così fine e leggero che non ti bagna nemmeno, per questa ragione è il regno della polvere e le poche piante che vi crescono sono dovute alla bontà dei cittadini che le innaffiano. Gli edifici vecchiotti del centro città erano lordi, resi nerastri dall’inquinamento e malandati, con un’aria malsana triste e decadente. Il sole sembrava un’intruso, velato dallo smog scaldava senza rallegrare, illuminava senza sorriso facendoti sudare ruggine. Non mi ricordo del vento che forse non c’era, meglio così altrimenti avrebbe alzato tanta polvere da avvolgere la città in un nebbia secca e granulosa come il respiro di un drago. Sembrava che l’acqua non esistesse in natura, era un’artificiale secrezione delle tubature prodotta casualmente e rigettata come impropria dai rubinetti terrorizzati dal virus della corrosione con il quale lei poteva contaggiarli. Alloggiavo in un hotel vicino all'ufficio della Missione dell'O.I.M. nel moderno quartiere di San Isidro che raggiungevo ogni mattina a piedi in cinque minuti. Lavoravo molto ed era stancante, mi occupavo di seguire programmi per lo sviluppo economico del paese attraverso la migrazione di risorse umane, favorire il ritorno in Perù dall'estero di cittadini qualificati espatriati, sviluppavo il programma d'arrivo di esperti tedeschi e italiani per progetti economici e sociali di priorità nazionale, cose di questo genere.
Alla sera tornavo in albergo stanco ed il barman solerte mi rinfrancava servendomi subito un Pisco Sour (cocktail a base di Pisco, il liquore nazionale). Ero smanioso di conoscere un po la città, i locali e la gente, non ce la facevo proprio ad andare a dormire presto. Sapevo che l'indomani sarebbe stata un'altra giornata difficile ma non potevo lasciarmi scappare neanche una serata visto che non sarei rimasto a Lima per molto tempo.

ANDAR PER GROTTE



Vi propongo una visita speciale: il percorso all’interno di una grotta nelle vicinanze di Rimini. Questa, raccontata da Sandro, personalmente non la conosco ma ho visitato differenti altre grotte in Italia ed in Centro America e sempre sono rimasto affascinato.
Anche in questo caso sono attività alla portata di tutti in quanto i percorsi sono attrezzati con strutture che ne facilitano l’accesso. Ben altra cosa l’attività di speleologia vera e propria, ma non sto parlando di questo.
Vi riporto l'esperienza vissuta da Sandro:

Inferno era il nome di quello che oggi è il paese di Onferno, vicino a Rimini. Questo nome si deve alla presenza delle sue grotte, già famose nell’antichità  ritenute misteriose dagli abitanti del luogo, per certi versi paurose ma affascinanti.
Si pensi che c’è stato addirittura chi ha voluto vedere nelle grotte il luogo fisico a cui si sarebbe ispirato Dante per descrivere la struttura degli inferi nella sua Divina Commedia.
Sicuramente un tempo queste profonde grotte erano difficile da capire, dovevano apparire davvero inaccessibili e dense di inquietudini.
Oggi d’infernale questi luoghi non anno più nulla, ma il mistero e il fascino rimangono immutati, un mistero ed un fascino dovuti alle bellezze naturali che segnano tutto il percorso delle grotte e tutto il contesto ambientale in cui sono inserite, oggi tutelato in una ampia riserva naturale.

DA MONTEVIDEO A FLORIANOPOLIS



Vivevo e lavoravo in Uruguay quando andai per la prima volta in Brasile in vacanza.
Ero funzionario d’un Organismo Internazionale nella Missione Diplomatica  a Montevideo, aiuto allo sviluppo socio economico del paese, progetti d’aiuto umanitario, sviluppo industriale nazionale, individuazione ed analisi delle priorità nazionali.
Mi presi un mese di ferie e lasciai la città in auto in direzione della frontiera col Brasile del “Chuì” che dista poche centinaia di chilometri dalla capitale uruguaiana. La strada che da Montevideo va alla frontiera è molto buona, tipo superstrada, si costeggia Punta dell’Este famoso luogo di  villeggiatura internazionale dove passavo spesso i fine settimana quando non andavo a Buenos Aires. Come dicevo è una strada buona, all’epoca senza molto traffico, si può correre anche se il limite di velocità era di 80 Km all’ora.
Avevo brama d’entrare in Brasile, mi misi tranquillo tranquillo sui 160 Km. all’ora ed inevitabilmente una pattuglia della polizia segnalò di fermarmi. A quella velocità riuscii ad accostare solo a centinaia di metri dal poliziotto che se li fece a piedi sino alla mia macchina. Sole, caldo, afa, il pover’uomo arrivò da me trafelato, sudato e rabbioso pensando di vendicarsi e pronto ad infliggermi la contravvenzione più severa possibile.
Io aspettavo col conforto dell’aria condizionata, quando arrivò gli mostrai il tesserino del Corpo Diplomatico accreditato nel paese, lui solo allora si accorse della targa “C.D.”. Era furente, sorpreso, vinto ed impotente, avevo l’immunità. Non contento e mentendo spudoratamente lo informai che avevo una riunione col Ministro degli Esteri ed ero in ritardo, per cui gli sarei stato grato se si affrettasse ad informare eventuali suoi colleghi lungo il percorso di non fermare quest’automobile.
Me ne andai sgommando.
Che vergogna! Ma fu veramente divertente, piccole rivalse a volte fanno bene.
Appena entrato in Brasile sintonizzo la radio su una stazione locale e mi immergo nella lingua portoghese, nella samba e bossa nova, inizia l’avventura, senza una meta, seguendo la cartina stradale  prendo la direzione Nord, a casaccio. Dove arrivo arrivo, 15 giorni in su e poi altri 15 giorni per tornare facendo però un’altro cammino.

lunedì 14 maggio 2012

ESPERIENZE VISSUTE: CERCO CASA A RIO DE JANEIRO



Io e mia moglie Josi stavamo cercando casa e un punto commerciale da affittare a Rio de Janeiro.
Nelle nostre città italiane la differenza tra un quartiere ed un altro non è così grande come può essere in una grande città brasiliana. 
Certo, se abitate a Milano in periferia, facciamo alla Bovisa, non è come abitare in via dei Giardini dietro a via Manzoni, ma la differenza non è così marcante come può essere a Rio de Janeiro tra una favela come la Rosinha o nella "Baixada fluminense" ed un quartiere della zona sud come Ipanema o Gavea.
Vi sono zone a Rio dove non si va ad abitare a meno che non si sia trafficanti di armi o di droga.
C'è poi il problema delle distanze e del traffico: di mattina nelle ore di punta spostarsi tra una zona ed un'altra della città (10 milioni di abitanti) può voler dire 4 ore di viaggio, altrettante alla sera, non si può vivere ad ovest e lavorare ad est, cioè molti lo fanno ma hanno l'elicottero e noi per il momento avevamo solo l'autobus. 
Ne io ne Josi conoscevamo Rio e quindi andavamo un po alla cieca e all'inizio perdemmo inutilmente un sacco di tempo.
Leggevamo gli annunci sul giornale e segnavamo quelli che ci sembravano interessanti: <...hei, guarda qui, c’è una casa in affitto con giardino, muro alto, sala, due camere...il prezzo è buono, andiamola a vedere...>.
Studiavamo la cartina della città, identificavamo con che serie di mezzi pubblici si arrivava sino a lì e partivamo speranzosi. 
Ore di viaggio, dico ore sugli autobus, quando arrivavamo eravamo stremati, ci guardavamo intorno e capivamo che neanche alla lontana appartenevamo a quel luogo, mia moglie mi proibiva di parlare che per lo meno non venissero tutti a sapere che ero proprio straniero, europeo addirittura, uno di quei gringos che vengono dall'altra parte del mondo per farsi spennare ed arrostire subito subito.
Non potete aver idea dove a volte capitavamo,  ci facevamo piccolini sperando nel dono dell'invisibilità e quatti quatti, bassi bassi, in punta di piedi, salivamo sul primo autobus che se ne andava da lì, sotto gli sguardi di tutti ma approfittando del loro stupore e sorpresa dovuti alla fortuna di vedersi improvvisamente due vittime sacrificali che gli cadevano dal cielo. I gonzi settimanali.
Quando l'autobus ripartiva e gli eravamo ormai sgusciati dalle dita non si erano ancora ripresi dallo shock. Ci sembrava di captare i loro pensieri: <Perbacco, sti gringos stanno diventando furbi...>.
Ci trattenevamo dal fargli le pernacchie dai finestrini, prrrrr... prrrr...
esperienze vissute, Rio de Janeiro, Brasile, favelas, Copacabana, viaggi avventurosi, viaggi nel mondo,
Quando tornavamo nel nostro appartamentino a Copacabana ci mettavamo in costume da bagno ed
andavamo in spiaggia distante solo 200 metri. Ci sedevamo in uno dei tanti chioschi che vendevano noci di cocco fresche, ne tagliano la fetta superiore col machete, poi tanto ghiaccio e cannuccia, super! Stare seduti lì a godersi la brezza, guardare il mare e berci i nostri drinks  ci ripagava dalle fatiche della giornata. Se poi aggiungete la buona musica e la vista delle ragazze che passavano in costume “filo dentale” capirete la mia delizia.
A Rio de Janeiro molti di coloro che vivono vicino alle spiagge fanno così. Tornano dal lavoro, si cambiano e scendono in spiaggia, ogni giorno, una bellezza.


VOLARE IN ALIANTE



Anni fa stavo prendendo il brevetto di pilota d’aereo in Uruguay. Non lo presi perchè mi trasferii a vivere in Guatemala e mi mancavano ancora solo 4 ore di lezioni di pratica di volo (su un totale di 40). Volavo su di un piccolissimo trabiccolo con doppi comandi e istruttore di lato, un’esperienza magnifica, emozionante, intensa. La racconterò in un’altro post. Ma non ho mai volato in aliante, mi piacerebbe, nell’attesa dell’opportunità vi propongo qualche informazione al rispetto e il racconto dell’esperienza di volo di Sandro.
Un aliante normalmente e' un aereo che ha la caratteristica di fare un volo veleggiato senza l’impiego di alcun mezzo di propulsione (motore in genere), ma esistono anche i motoalianti come spiegato successivamente.
Si viene trainati tramite un lungo cavo da un altro aereo fino a 5-600 metri di quota e poi ci si sgancia dal medesimo volando autonomamente. In altri casi si viene tirati da un verricello che rimane a terra e che ha un cavo lungo un chilometro, in pratica l’aliante viene lanciato come da una fionda e quindi raggiunta la quota prestabilita avviene lo sgancio del cavo che ricade a terra frenato da un piccolo paracadute.
Una volta raggiunta la quota di sgancio sia se trainati da un aereo oppure lanciati tramite il verricello si può fare una semplice planata per ritornare a terra oppure si può cercare di veleggiare se le condizioni meteo sono ideali (vedi termiche). L'aliante riesce a far questo perchè le sue lunghissime ali sono molto  efficienti e possiede un’elevatissima aerodinamicità, cose che gli permettono quindi di restare in volo a lungo.

LE MIE AVVENTURE: DA PUNTA CHIAPPA ALLA REPUBBLICA DOMINICANA



Negli anni 80 mi trasferii nella Repubblica Dominicana per insegnare all’università.
Vivevo sul monte di Portofinoed ottenni la cattedra di psicologia clinica all’Università Tecnologica di Santiago (U.T.E.S.A.) nella Repubblica Dominicana. Inoltre l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (O.I.M.) e un’altro Organismo Internazionale l’Istituto Italo Latino Americano (I.I.L.A.) avevano un programma per fornire aiuti ad università ed istituti di ricerca latino americani. Riuscii ad entrare nel programma ottenendo così vantaggi economici e copertura diplomatica.
Feci le valige e partii abbandonando la mia meravigliosa casa a strapiombo sul mare a Punta Chiappa. 
Dopo una tappa di dieci giorni a New York arrivai via Miami a Puerto Plata, città sulla costa Nord della Repubblica Dominicana, più vicina a Santiago de los Caballeros mia meta finale che non la capitale Santo Domingo. Ore d’attesa aspettando il pulmann per Santiago nel primo pomeriggio, occhiali da sole ed aria d’esploratore, molto molto caldo, una strada polverosa fatta di scorie e di sudore di coloro che passavano di lì, ascoltavo “Rock & Roll Animal” di Lou Reed con un walkman acquistato a New York, guardavo le belle ragazze ed assaporavo lo stupore del primo contatto con un paese tropicale. Avevo negli occhi la sicurezza degli invincibili giovani, la sicurezza degli imprudenti, la sicurezza di chi è disposto a rischiare senza rimpianti, la sicurezza che non ti tradisce anche quando mente. Stavo iniziando una nuova avventura e provavo una particolare eccitazione, senso di pienezza ed intensità di vita dalle quali ormai sono dipendente. Quando al contrario le situazioni diventano monotone, ripetitive e piatte, comincio ad entrare in crisi d’astinenza, mi deprimo, soffro, scalpito sbuffo ed appassisco.
Al contrario, lo scoprire, il condimento dell’avventuroso, i nuovi mondi e le nuove sensazioni mi fanno rinvenire come funghi secchi messi ammollo nell’acqua.
Ricordate sempre il motto di Ernest Hemingway. “vivere veramente, non puramente trascorrere i giorni”.
Dopo due ore di pullman arrivai a Santiago, una cittadina di 500.000 abitanti nell’interno del paese distante circa 300 chilometri dalla capitale Santo Domingo. C’era ad accogliermi Manolito, il Preside della Facoltà di Psicologia.
La città era provincialotta, abbastanza tranquilla, non lontano dalle belle spiagge della costa nord del paese, era dominata da un grande obelisco fallico costruito su una collina a propria gloria dal recente dittatore Truillo. La strada che gli girava intorno era zona frequentatissima di “struscio”, ci si andava per “cuccare”. Più in basso vari chioschi preparavano ottimi pollastri alla brace che smisi di mangiare quando seppi dei bambini di 5 anni coi seni sviluppati come matrone dovuti agli ormoni utilizzati nell’allevamento dei pennuti. Poco tempo dopo fu meta di pellegrinaggio dei trans brasiliani che cercavano segreti risolutori.
La prima settimana fui ospitato da Liliana e Rolando, una gentile e simpatica coppia, lei argentina e collega all’università.
Il giorno seguente sarei stato presentato al corpo docente e ai miei studenti, nel frattempo mi avevano assegnato anche le cattedre di “Psicologia dell’età evolutiva” e di “Psicologia Animale”.
L’indomani Manolito mi accompagna in aula dove c’erano una cinquantina di studenti, parla per cinque minuti, bla bla bla, mi presenta e si commiata. Io faccio per uscire insieme ma lui mi ferma dicendomi che potevo iniziare la lezione. Non me l’aspettavo, pensavo che avrei avuto qualche giorno per prepararmi, così all’improvviso..., in seguito io e Manolito diventammo molto amici ma in quel momento lo odiai.

sabato 12 maggio 2012

I MIEI VIAGGI SULLE NAVI CARGO





Ho avuto la fortuna di trasferirmi in altri paesi viaggiando per 6 volte in nave. Dico fortuna perché in nave si ha la possibilità di superare gli inconvenienti dei viaggi in aereo (vedi il mio post “Il mezzoper viaggiare”. I miei viaggi con la nave sono durati ognuno due settimane. Leggete anche il post: Viaggiare su navi cargo
Si trattava di navi da carico, non da crociera tradizionale beninteso, con un limitato numero di ospiti viaggianti tra i più differenti: persone di ogni nazionalità che usa normalmente la nave come mezzo di trasporto per spostarsi di quà e di là nel mondo.                          
La compagnia marittima accettava questi pochi passeggeri non certo per ricavarci due soldini addizionali (anzi gli costavamo più del ricavato considerando le spese per l’apposito personale, cuoco, camerieri, personale delle pulizie etc.) ma per avere la priorità nei porti. Per legge marittima una nave con un certo numero minimo di passeggeri passa davanti a tutta la fila d’altre navi in rada che aspettano il loro turno per attraccare nel porto pieno. Si tratta a conti fatti di centinaia di migliaia di euro al giorno risparmiati. Geniale!
La nave è stata anche un’ottima opportunità per conoscere persone inusuali ed interessanti con motivazioni ed abitudini non comuni. In una traversata in mare di due settimane con navi che non offrono molti svaghi, divertimenti, feste e cotillons, si ha il tempo per pensare su ciò che lasciamo e su ciò pensiamo ci aspetti, sull’importanza di ciò che stiamo realizzando mentre gradualmente giorno per giorno cambia il clima, le stelle, i venti e la posizione del sole e noi cambiamo con essi. Non possiamo far altro in mezzo al mare, possiamo solo lavorare con noi stessi, i nostri desideri e le nostre speranze, e questo è già avventura.